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Azar Nafisi: Scrivere per continuare a vivere
<Azar Nafisi: Scrivere per continuare a vivere
Rileggo, dopo alcuni mesi, la trascrizione dell’intervista ad Azar Nafisi e trovo più volte, e scelgo di lasciarla nel testo, la notazione: “ride”. Questa frequenza di risate nel bel mezzo dell’intervista, e non solo di sorrisi aperti, è decisamente insolita. Generalmente è tipica di “vecchi saggi”, capaci di reagire in questo modo schietto e naturale, ad alcune domande, prima di elaborare la risposta razionale. Personalmente mi è capitato solo con lo scrittore ivoriano Ahmadou Kourouma, nella sua ultima intervista televisiva, e con il Dalai Lama, capace però di ridere all’improvviso anche nel mezzo di rituali sacri. Non me lo sarei aspettato da Azar Nafisi, pur dopo aver letto il libro che ha fatto conoscere al mondo (“meglio di qualunque reportage giornalistico” ha detto di recente Salman Rushdie) la condizione dell’Iran di oggi. Perché il libro denota la capacità di sentire e scrivere su vari registri emotivi e psicologici, ma la Azar che incontro per un’ora durante il Festival di Mantova presenta aspetti ancora diversi. La donna combattiva che in pubblico fa requisitorie appassionate (come al Festival delle Letterature di Roma pochi mesi prima) e la saggista che si muove a suo agio tra le citazioni delle centinaia di autori che le appartengono, si trasformano in una donna capace di mostrare una gioia quasi infantile legata alla curiosità del dialogo. Quella curiosità che è insubordinazione (un pensiero di Nabokov che riemerge a più riprese nel suo libro e che si trova nella nostra intervista) appare in tutta la sua concretezza, ma si manifesta anche nella capacità di ascolto, e nella creazione di un discorso derivante dal dialogo. Per un’ora, a Mantova, posso dire di aver provato qualcosa di simile all’esperienza delle allieve di Azar a Teheran. Quasi all’inizio del suo libro lei parla del colore del paradiso e rispondendo a suo padre dice “Il Paradiso per me è quello” e mostra un piccolo quadro. Oggi esiste ancora nella sua concezione un paradiso o non esiste più. E, se esiste, che colore ha oggi? Il Paradiso, come la felicità e i sogni, più che averli, bisogna inseguirli. Diventa pericoloso quando si pensa di possederlo, la vita finisce. Il paradiso è come i sogni: dà motivazioni alle persone e si ricrea costantemente. Quando ero piccola chiesi a mio padre cosa fosse il paradiso, la mia nozione di paradiso era una cosa. Adesso che sono … cresciuta (fa una pausa e ride), porto con me quel paradiso, ma ho aggiunto altro. Cerco costantemente il paradiso, e non l’ho mai trovato. Lei parla di due mondi, quello reale e quello immaginato, immaginario. Anche la letteratura è una ricerca del paradiso? Lo è in modo differente. La letteratura, in parte, parla del Paradiso. La realtà ci pone sempre delle limitazioni: nasci in una determinata famiglia, il nome che ti viene dato, il tuo Paese, la tua lingua, tutto questo è già determinato. La letteratura ti fa uscire, ti permette di rompere tutti questi limiti. Nella mia immaginazione io non sono Azar, posso essere qualsiasi cosa, non sono un’iraniana, sono una cittadina del mondo. Così penso che la letteratura non affronti solo ciò che esiste, ma ciò che potrebbe o dovrebbe esistere. Ed è per questo che la nostra immaginazione è tanto importante per noi, perché non possiamo vivere solo dentro le nostre limitazioni, dobbiamo creare coscientemente delle ali e le ali migliori sono quelle che nessuno può tagliare. Nel suo lavoro e nel suo libro lei ha cercato di legare questi due mondi, lo ha fatto per lei ma anche per le sue allieve. Come è stato questo lavoro? Per noi è stato molto difficile, perché il mondo della realtà era così rigido che spesso volevamo espandere l'altro mondo e restare lì. Ciò che facevamo in quelle ore insieme in classe era coltivare la virtù di essere noi stesse. Ci preparavamo a tornare indietro in quel mondo. Questo ci dava potere, ci dava un senso di rispetto per noi stesse. Una delle cose che fa un regime totalitario è togliere il senso del rispetto perché devi costantemente negare chi sei, ma invece stare insieme e dire una all'altra chi siamo ti fa bene, non sei costretto a nasconderti, ti prepari a rientrare in quel mondo. Ma questo era sempre difficile, non era mai facile tornare alla realtà. Tra le frasi che lei cita ce n’è una di Nabokov: “La curiosità è insubordinazione allo stato puro.” Anche questa consapevolezza è importante nei Paesi dittatoriali. Qui penso che un grande autore come lo stesso Nabokov ci insegna ad essere ribelli, a compiere atti di insubordinazione non solo in senso politico ma in modo molto più profondo. Chi non è curioso applica sempre delle formule e al pensiero dittatoriale, sia esso politico o no, piacciono le formule. Gli piace dirti: “le cose stanno così e nulla cambierà”. Con l'immaginazione, con la curiosità tu dici “no, le cose non sono così, non le voglio più”. Così più vuoi, più confini rompi. Più osi fare cose belle, più questo ti può cambiare tutta la vita. In questo senso penso che la curiosità sia insubordinazione, non solo contro il mondo, ma contro il dittatore che è in te, perché tutti abbiamo un dittatore dentro di noi che ci dice "non guardare, non sentire", ed è la curiosità che ci fa aprire al mondo. Lei dice: “è una cosa che riguarda tutti noi, non solo chi vive sotto le dittature”. C’è un curioso fenomeno che vediamo bene al Festivaletteratura di Mantova, e non solo qui. La stragrande maggioranza dei lettori sono donne e la stragrande maggioranza di non lettori sono uomini. Quali sono le conseguenze, dato che le donne cambiano e hanno questo mondo immaginario, mentre gli uomini prevalentemente non leggono e continuano ad avere il potere? Questa è una splendida domanda. Questo si nota specialmente per la narrativa. Di solito al centro del romanzo la figura sovversiva è una donna, perché il romanzo tratta le relazioni individuali e come cambiarle, e le donne, poiché una volta avevano più limitazioni, devono costantemente dire “ no: noi faremo quello che vogliamo, andremo oltre questo confine”. Quello che accade è che se le donne, attraverso queste letture e questi scambi diventano più consapevoli di questo loro potere, cambiano. Quelli cui non piace cambiare saranno obbligati, maresta il fatto che a loro non piace. Ma gli uomini diventeranno attivi anche loro, perché in fondo le donne sono la metà di questa società e se la metà di questa società dice no, l'altra metà deve per forza ascoltare. E' solo quando la voce delle donne non viene ascoltata che l'altra parte può ignorarla. Così le donne dovrebbero raccontare di più le loro storie e dovrebbero far sì che gli altri le ascoltino. E' davvero come dice Muriel Sparks: è bello essere donna e scrittrice in questo secolo.(ride) A questo si ricollega anche la questione del velo, che lei ha provato direttamente. Che esperienza è stata quella di portare il velo e di essere costretta a portarlo? Per me la questione di portare o non portare il velo implica una questione di scelta. Credo che a nessuna donna si dovrebbe dire come creare un rapporto con la sua divinità, o di non crearla. Si crede che il velo sia il modo di esprimere la propria fede che ad alcune donne piace scegliere. Il loro governo o il loro Stato o il loro padre non hanno alcun diritto di imporre questa scelta. Così quando mi hanno obbligato a portare il velo, ho pensato che il diritto di scelta non veniva rubato solo a me, ma anche alle donne che volevano portare il velo, perché a quel punto la loro fede non era una questione religiosa, ma politica, e credo che oggi il velo sia confiscato e usato come strumento politico e per questo è importante che siano le donne a scegliere come vogliono apparire in pubblico. A proposito del velo: è un problema che riguarda solo le donne orientali o c’è anche un’altra forma di velo che riguarda anche l’Occidente? Sì, c’è anche un aspetto diverso. All'inizio del ventesimo secolo una meravigliosa donna araba scrisse un libro su sette tipi di velo. Parlò di quello che è il velo reale, poi passò a descrivere il velo dell'ignoranza, per esempio. Noi ci creiamo i nostri veli, noi sovrapponiamo la nostra immagine a quella che gli altri hanno di noi, cerchiamo di nascondere agli altri ciò che è privato ed essenziale e in Occidente ci sono dei modi per dire alle donne a che cosa dovrebbero somigliare, come ci si aspetta che debbano agire. Anche quando sembrano molto libere, come nell'immagine di Britney Spears, che tutte le giovani vogliono imitare, il velo in questione è il problema dell'uniformità, e non importa dove tu viva, all'est o all'ovest, ma l’uniformità ti può essere imposta. La differenza in un paese democratico è che al di là di questo puoi scegliere di dire: "non lo voglio". Puoi scegliere di dire "il modello dominante di cultura negli Usa è sbagliato e io voglio cambiarlo". In un regime totalitario non puoi. Così non è una questione di avere un diritto, ma di avere il diritto di battersi per un diritto. (ride) E questo è importante. Lei ha vissuto in due Paesi, Iran e Stati uniti. Come è possibile non sentirsi mai a casa propria, come invita a fare Adorno, che lei a sua volta suggerisce ai suoi studenti? E’ per questo che penso che immaginazione e pensiero diventano tanto importanti. A volte le persone sono obbligate a lasciare fisicamente il paese dove vivono e andare da un’altra parte, questo è l'esilio. Ma a volte non lasceresti mai la patria dove sei nato, ma puoi non sentirti mai a casa nella tua stessa patria se pensi sempre criticamente e ti interroghi. Noi dobbiamo guardare criticamente non solo al mondo ma a noi stessi. Gli esseri umani, il mondo intero cambiano costantemente e per cambiare diventi inquieto e ti poni sempre nuove domande. Così credo che quello che Adorno intende è che attraverso il pensiero, il dubbio, la riflessione, l'immaginazione non ci sentiamo mai a casa, ci chiediamo sempre: "siamo nel giusto? Va abbastanza bene?" Le cose non vanno mai abbastanza bene, noi non andiamo mai abbastanza bene. Tolstoj dice così: "Non disperare di diventare perfetto. (ride) Lei non è al suo primo libro. Prima scriveva saggi. Parla molto di come leggere cambia. Ma quanto scrivere un romanzo come questo l’ha cambiata? Prima di scrivere questo libro, in Iran ho scritto altro, il mio primo libro è stato un saggio su Nabokov. Lei ha proprio ragione. E' molto diverso scrivere su di lui come critico letterario e scrivere libri come questo. Ma anche allora volevo parlare dalla realtà, e volevo parlare di altri tempi: quando ho letto Nabokov e sono cambiata, non ho potuto dirlo, e non per ragioni politiche ma perché non mi era permesso parlare della mia vita personale. La prima volta che ho letto Nabokov, ho letto Ada, ero molto giovane e me l'aveva regalato il mio ragazzo, scrivendo una dedica: “Ad Azar, la mia Ada, con amore”.E io non potevo dire queste cose. Così il mio desiderio era di parlare di cose per cui avevo grande passione, e in questo l'esperienza di scrivere romanzi è tanto diversa. Sono entrambe delle passioni: quando scrivi un saggio devi avere passione per lo scrittore o per il tema che affronti, ma se racconti la storia di qualcosa di profondo che è in te, ti accorgi che scriviamo per scoprire. Non solo leggiamo per scoprire, ma scriviamo per scoprire cose che non conosciamo di noi stessi e del mondo e scriviamo per non essere dimenticati. Primo Levi, quando lasciò il campo di concentramento, disse di scrivere per poter tornare ad essere un uomo e riunirsi alla comunità degli uomini. Aver scritto questo primo libro dopo aver lasciato l'Iran mi ha permesso di ridiventare un essere umano e unirmi alla comunità. E questo lavoro lei l’ha fatto riportando in vita anche altri, dando un pezzo di vita a chi non la può avere perché vive sotto le dittature, o a chi è morto come Razieh e molti altri suoi amici. Questo è il punto centrale della storia, perché il tempo scorre, e questo momento in cui stiamo parlando non tornerà mai indietro. Noi scriviamo per dare una prova definitiva che abbiamo vissuto. Quando ero in Iran tante persone che amavo sono morte o sono state uccise e io mi sono fatta una promessa: che finché avessi potuto scrivere o parlare avrei scritto o parlato di cose su cui avevo taciuto. Della mia studentessa Razieh che è stata uccisa e di molti altri. Ho pensato che avrei dovuto scrivere di loro perché io ero ancora viva e ho avuto questa libertà di scrivere e dovevo farlo. E' per questo che in tanti Paesi governati da dittature o nei campi di concentramento in Russia ci sono stati i Solgenitzin, i Mandel’stam, le Achmatova, ci sono stati i Levi, ci sono coloro che scrivono perché si sappia che cosa hanno vissuto e come hanno vissuto. Lei sa che Paradiso è una parola persiana, l'origine di questa parola viene dal persiano. Ho lasciato per la prima volta il mio Paese quando ero molto giovane, avevo solo tredici anni. E mi è mancato tantissimo. Il solo modo per recuperarlo, per restaurarlo, era attraverso due cose: una era la memoria, e quella non me la può togliere nessuno, e l'altra era la lingua. Ho portato con me le opere dei nostri più grandi poeti, Rumi, Hafiz e di donne contemporanee come Farough Farrokhzad, che amo veramente. E fin da piccola ho imparato che c'è un pezzo della mia patria che sarà sempre con me attraverso queste persone. Così, prima di tutto questo Iran è dentro di me, nessuno me lo può togliere. E questo per me è il vero Iran. E poi penso che il mondo sia diventato tanto piccolo. Non avrei mai potuto scrivere questo libro in Persia, ma adesso che ho scritto questo libro, attraverso il libro posso raggiungere il mio popolo e posso comunicare su cose su cui non potrei mai comunicare apertamente. Così posso dire che non ho mai perduto la mia Persia. E' con me, nessuno me la può togliere. Lei ha vissuto negli anni 70 negli Stati uniti, militante, iraniana, comunista, oggi ci è tornata in tutt’altro modo. Come vede oggi le differenze tra quell’America e questa? Quando lasciai l'America nel 1979 manifestavo davanti all'ambasciata iraniana e alla Casa Bianca contro gli americani e per ironia della sorte ora sono tornata in America come esule. Così un cambiamento c'è stato in me (ride). L'America che ho riscoperto contiene ancora molte cose che mi piacciono: la generosità dello spirito, la creazione di questa sensazione di poter fare molte cose, il potenziale, l'energia, il dinamismo. Ma è anche un'America molto confusa e quello che mi preoccupa è che si tratta di un'America politicamente divisa in due. Serve più discussione, più dibattito, più riflessione e non più polarizzazione politica, più chiusura, più cecità gli uni nei confronti degli altri. Questi sono tempi difficili, ma per me i tempi difficili sono i più stimolanti, sono una sfida, è un Paese che amo e su cui allo stesso tempo sono molto critica. Postato da: sanspapier alle 05:44 |
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